Protezione o violazione?


Oggi avrei dovuto pubblicare un altro post ma non posso non occuparmi di un fatto di attualità che credo abbia sconvolto gran parte di coloro che in questi ultimi giorni hanno seguito i telegiornali o i vari programmi di approfondimento. Mi riferisco al caso del bimbo che è stato prelevato da scuola con la forza in esecuzione di un’ordinanza del Tribunale dei Minori che lo affida esclusivamente al padre.

Le immagini che abbiamo visto sono sconvolgenti: il minore viene afferrato per le mani e per i piedi da alcuni poliziotti e letteralmente trascinato all’interno di un’auto. A nulla valgono le grida e le richieste d’aiuto del minore che ad un certo punto lamenta di non riuscire a respirare: la Legge deve fare il suo corso e il piccolo, bloccato come un agnello sacrificale, viene portato via.

Con l’articolo di oggi non intendo minimamente criticare la decisione del Tribunale che avrà sicuramente avuto dei validi motivi per disporre l’allontanamento del minore dalla madre. A questo proposito tengo a sottolineare che il Tribunale e i Servizi Sociali non vanno additati come “mostri cattivi” che sottraggono arbitrariamente i figli ai loro genitori. Si opta per l’allontanamento quando per il minore si prefigura una situazione di pregiudizio, quando si è verificato che tutti gli interventi messi in atto per salvaguardare la sua serenità vengono vanificati, quando (dopo le necessarie e approfondite valutazioni) si riscontra che l’adulto/i di riferimento non è/sono in grado di provvedere alla sua educazione, protezione e accudimento. Solo a questo punto il Tribunale opta per l’allontanamento del minore in una struttura protetta. Evidentemente in questo caso si è ritenuto che la madre non fosse idonea a tenere il figlio con sé e che il padre potesse invece occuparsi della sua tutela. Sottolineo ancora, per ulteriore chiarezza, che l’allontanamento non separa in maniera definitiva il minore dal/dai suo/suoi genitore/i: l’obiettivo è fare in modo che con il tempo e con il dovuto sostegno psicologico, recuperi un rapporto equilibrato con entrambi.

Detto ciò (la precisazione mi sembrava indispensabile) ho forti perplessità sulle modalità adottate per eseguire il provvedimento. Era necessario giungere a tanto? Ho l’impressione che i rapporti, evidentemente molto conflittuali, tra gli adulti di riferimento del bambino abbiano fatto passare in secondo piano il suo benessere e le sue necessità.
Non mi stancherò mai di sottolineare che si può smettere di essere coppia coniugale ma non si può “abdicare” dal ruolo di coppia genitoriale e il bene dei figli deve sempre rappresentare una priorità e non ha nulla a che vedere con i risentimenti e le reciproche accuse di due persone che non stanno più insieme. In alcuni casi invece l’incomunicabilità tra i due genitori trasforma il figlio in un trofeo di guerra e sembra più importante che ognuno lo strappi dalle mani dell’altro.

Mi chiedo se, nell’ambito della tutela di un minore, non sia altrettanto importante evitare che questi subisca ulteriori traumi oltre quelli cui presumibilmente è già stato esposto. Le modalità con cui è stato eseguito questo allontanamento hanno scioccato noi adulti che osservavamo la scena dalle nostre case…non oso immaginare cosa abbia provato quel bambino. Era davvero impossibile agire in altro modo, pur nel rispetto della decisione del Tribunale? Si è fatto uno sforzo di immedesimazione con questo bimbo per immaginarne i vissuti prima e dopo questo evento? Si è pensato a cosa si prova ad essere figli contesi, a sentirsi obbligati a schierarsi con l’uno o con l’altro genitore, a sentirsi in colpa all’idea di tradire il proprio padre o la propria madre?

Mi sembrava importante affrontare questo tema che mi ha toccato profondamente come essere umano oltre che come psicologa. C’è qualcuno di voi che ha vissuto un’esperienza simile, come figlio o come genitore, e che vuole dire la sua?

Come sapete i vostri commenti sono sempre assai graditi…

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