La grande abbuffata


Quando Jenny, 43 anni, arriva in studio da me, si presenta dandomi le sue misure: “Sono alta 1,65 m e peso 90 kg”. Le chiedo cosa si aspetti dai nostri colloqui e mi risponde che desidera smettere di abbuffarsi ma non sa come fare. Racconta che i suoi pranzi e le sue cene sono un’accozzaglia di cibi ingurgitati in fretta e in ordine del tutto casuale. L’obiettivo è riempire lo stomaco che pare non avere più confini…

Il senso di sazietà tarda ogni giorno di più a farsi sentire mentre cominciano inevitabilmente a manifestarsi i primi segni di sofferenza fisica conseguenti al sovrappeso. Jenny ha provato più volte a seguire delle diete ma, dopo un paio di giorni, una forza che sembra ingovernabile la spinge ad arraffare biscotti e patatine dalla dispensa e, tra le lacrime dovute ai sensi di colpa, i buoni propositi svaniscono nel nulla.

Chiedo a Jenny di individuare il momento della sua vita in cui sono cominciate le abbuffate e lei mi racconta di aver manifestato i primi disagi alimentari dopo aver scoperto che il suo partner, con il quale conviveva da 10 anni, aveva iniziato una relazione con un’altra donna. Lui rientrava a casa dai suoi incontri amorosi come se nulla fosse ma, nonostante fosse chiaro che non erano impegni di lavoro a trattenerlo, negava l’evidenza accusando lei di essere paranoica. In più, si mostrava offeso per le accuse ricevute e la lasciava da sola con il suo carico di tristezza e umiliazione. E in questi momenti Jenny si rifugiava in cucina mettendo mano alle provviste.  La convivenza si era trascinata fino a che lei aveva avuto il coraggio di lasciarlo ma si era portata dietro il desiderio irrefrenabile di buttarsi sul cibo non appena brutti pensieri si affacciavano alla sua mente.

Jenny mi descrive il cibo come una “droga”, qualcosa che placa le sue inquietudini, i pensieri depressogeni, l’ansia. E, come per le sostanze stupefacenti, non riesce più a fare a meno delle sue abbuffate: se si controlla durante i pasti principali sente dentro di sé nervosismo e rabbia che quieta qualche ora dopo “aggredendo” la scatola dei biscotti. Il cibo assume quindi un valore sedativo, ma la costringe anche a chiudersi in casa per evitare i commenti ingenerosi della gente. Jenny si sente un essere mostruoso recluso tra le quattro mura di casa e gli alimenti rappresentano oramai la sua unica compagnia.

Il disturbo alimentare svolge dunque il ruolo di anestetico per un dolore che deriva da un’esperienza estremamente penosa: l’abbandono da parte della persona amata. Com’è pensabile che Jenny si sottoponga ad una dieta fatta di restrizioni e rinunce se il cibo è proprio il mezzo che le consente di riempire il suo vuoto psichico? Partendo da questa riflessione si è deciso di intervenire su due fronti:

1 La relazione con gli alimenti – Jenny prova a controllarsi ma finisce inesorabilmente col perdere la sua “battaglia” così, quando si sforza di limitarsi a pranzo o a cena, si trova poi a “sgarrare” pesantemente qualche ora dopo. Partendo dall’idea che “per rinunciare ad una cosa bisogna prima concedersela“, si è invitata Jenny a gustare i cibi più desiderati solo e soltanto durante i pasti principali. Jenny sta imparando ad incontrare il cibo in momenti prestabiliti della giornata, a goderne pienamente a colazione, pranzo e cena, riscontrando così sempre meno la necessità di concedersi dei “fuori pasto”.

2 – La cura della ferita – Si sta lavorando con Jenny al superamento del trauma da abbandono partendo dal presupposto che, affinché un dolore si attenui, è necessario passarci dentro. Ogni ferita va disinfettata anche se il medicinale brucia terribilmente: solo così possiamo favorire il processo di cicatrizzazione. Questo processo consentirà ancor di più a Jenny di rendere sano il piacere della tavola e non un modo per reprimere la sua sofferenza interiore.

Fonti:
Nardone, G. (2007) La dieta paradossale, Milano: Ponte alle Grazie.
Nardone, G., D. Selekman M. (2011), Uscire dalla trappola, Milano: Ponte alle Grazie.

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