L’aiuto che non aiuta

Aiuti pericolosi

Caratteristica tipica di chi soffre di attacchi d’ansia o di panico è quella di poter contare su una o più persone pronte a fornire il loro aiuto incondizionato in qualsiasi momento. Può trattarsi dei genitori, di un partner o ancora di un fratello o una sorella sempre disponibili ad accorrere il soggetto, ad accompagnarlo in posti dove non si reca più da solo o a sostituirsi a lui quando non in grado di affrontare una situazione considerata particolarmente ansiogena. Domanda: siamo sicuri che questi aiuti forniscano vero giovamento all’individuo che soffre di crisi d’ansia o di panico? 

Partiamo come al solito da qualche esempio concreto. Luisa ha avuto il suo primo attacco di panico in pullman: battito cardiaco a mille, mancanza d’aria, sensazione di estraniamento, debolezza alle gambe, paura di poter svenire. Da quel momento non è più salita sull’autobus e ha cominciato a temere i luoghi chiusi. La domanda che l’attanaglia ogni volta che si accinge ad affrontare un viaggio in auto o ad entrare in un centro commerciale o in posta è: “E se mi sento male e svengo?“. Così comincia ad ascoltare attentamente i parametri del suo corpo ed inevitabilmente comincia a percepire un’ansia crescente. Luisa ha reso partecipe del suo malessere il suo compagno che cerca di non lasciarla mai sola. Quando lui lavora, Luisa cerca di rimanere in casa, luogo dove si sente al sicuro, e lo aspetta per svolgere insieme tutte quelle commissioni che prima le sembravano banali ma ora la spaventano a morte. Ovviamente ha parole di riconoscenza per il suo partner: “Non so come farei senza di lui, è il mio angelo custode. Mi accompagna ovunque“.

Caso analogo per Sveva: ha avuto il suo primo attacco di panico in treno, mentre si recava al lavoro. Da quel momento la paura si scatena tutte le volte che si allontana da casa, dove vive con i suoi genitori. E così, quando sente che potrebbe arrivarle una crisi, chiede al padre di accompagnarla in ufficio. I giorni in cui si sente meglio ha comunque bisogno di sapere che i suoi genitori non si allontaneranno troppo da casa e saranno sempre disponibili ad andarla a prendere in caso di necessità. Durante il giorno li chiama almeno cinque o sei volte per monitorare i loro spostamenti, per essere sicura che non siano troppo distanti da lei e per ricevere “una parola di conforto”. Anche Sveva sottolinea commossa l’amore dei genitori nei suoi confronti, l’estrema disponibilità a correre da lei non appena si manifesti il più piccolo stato ansioso e non fa che ripetere: “Che ne sarà di me quando un giorno non ci saranno più?

Chi soffre d’ansia o attacchi di panico conta moltissimo sull’aiuto di persone care ma cerchiamo di analizzare la doppia valenza di questo aiuto:

  1. Significato esplicito. Persona che supporta: “Ti aiuto perché ti voglio bene e mi offro di fare qualsiasi cosa per farti stare meglio“. L’ansioso può così tirare un sospiro di sollievo: “Se qualcuno è con me mi sento tranquillo“.
  2. Significato implicito (ignorato da tutti). Persona che supporta: “Ti aiuto perché da solo non ce la puoi fare, perché sei malato“. L’ansioso dal canto suo, nel momento in cui si fa aiutare, si convince non solo della pericolosità delle situazioni che teme ma anche della propria fragilità nell’affrontarle.

Detto in soldoni: se ho paura di recarmi da sola in un supermercato e mi faccio accompagnare da qualcuno, confermo a me stessa che quel luogo è davvero rischioso per me e che non sarò più in grado di gestire né quella situazione, né situazioni simili. Possiamo dunque dire che gli aiuti, al di là della loro utilità contingente, peggiorano notevolmente la condizione di chi soffre di attacchi d’ansia o panico. Che fare allora? Ovviamente non possiamo aspettarci che la persona smetta subito di chiedere aiuto. Possiamo però portare il soggetto a riflettere sui rischi ad esso connessi e, con il supporto della psicoterapia, fornirgli strumenti adeguati per ritrovare fiducia nelle proprie capacità e competenze.

Fonti:

Nardone, G. (1993). Paura, Panico, Fobie. Firenze: Ponte alle Grazie;
Nardone, G. (2003). Non c’è notte che non veda il giorno. Milano: Ponte alle Grazie.

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