Dimmi perché piangi

Perché si piange

Come sapete sono un’estimatrice del mensile Focus e oggi desidero condividere con voi un interessantissimo articolo che illustra la funzione delle lacrime. Perché si piange? A cosa serve che gli occhi si bagnino così copiosamente? Scopriamolo insieme.

Davanti a una forte emozione, gli esseri umani piangono. Gli animali no. Non si offendano gli amanti dei cartoni Disney, ma nemmeno creature tra le più vicine a noi ci riescono. Nello zoo di Munster (Germania), alla gorilla Gana nel 2008 morì un cucciolo di pochi mesi. La mamma scuoteva il corpicino del piccolo, disperata, senza versare lacrime. Gli unici a piangere erano i visitatori dello zoo.

Esclusiva. Lo racconta Michael Trimble, neurologo della National Hospital di Londra, che nel libro “Why humans like to cry” indaga sull’origine delle “lacrime emotive”. Le lacrime, infatti, non sono tutte uguali: si distinguono in “basali”, utili a tenere lubrificato l’occhio; “riflesse”, utili a espellere corpi estranei, ed “emotive”. Queste ultime, a differenza delle altre, presenti in diverse specie animali, sono una caratteristica esclusiva del genere umano. Così negli ultimi anni antropologi e medici hanno studiato questo comportamento: perché l’uomo è l’unico mammifero a piangere? Perché le donne lo fanno più spesso? Le lacrime emotive sono prodotte dalle medesime ghiandole delle altre ma hanno una diversa composizione: contengono livelli più alti di proteine, manganese (essenziale per la coagulazione del sangue), potassio (regola la pressione) e ormoni come prolattina e corticotropina, che hanno un ruolo chiave nel sistema immunitario. Così alcuni ricercatori hanno ipotizzato la “teoria del recupero”: il corpo ritroverebbe equilibrio più facilmente dopo un pianto liberatorio. Piangi che ti passa, insomma.
Secondo William Frey, docente di farmacia all’Università del Minnesota, le lacrime emotive riescono a “eliminare le sostanze chimiche che aumentano durante un evento traumatico, prevenendo il rischio di infarto e favorendo quindi la sopravvivenza dell’uomo”.

Empatia. Ma cosa ha trasformato un meccanismo per lubrificare gli occhi in una sorta di salvavita? L’empatia, ovvero la capacità di immedesimarsi nei sentimenti altrui. Le lacrime, infatti, favorirebbero la sopravvivenza non solo a livello fisiologico ma anche sul piano sociale, lanciando un segnale di aiuto e facendo diminuire l’aggressività di chi ci sta di fronte. Per Ad Vingerhoets, docente dell’Università di Tilburg (Paesi Bassi) e autore di “Why only humans weep”, è proprio la capacità umana di mettersi nei panni degli altri a favorire l’unità sociale. Se il pianto dei neonati è una sorta di “cordone ombelicale acustico”, un richiamo per attirare l’attenzione, quello emotivo (che appare a 3 mesi d’età) è il suo erede più maturo: lancia un sos, una richiesta di protezione e di vicinanza.

Stammi lontano. Ma in alcuni casi, si lancia un segnale opposto: stammi lontano. Le lacrime femminili infatti contengono sostanze capaci di ridurre l’eccitazione sessuale maschile e la produzione di testosterone, ormone responsabile del desiderio e dell’aggressività. L’ha dimostrato un esperimento del Weizman Institute di Rehovot (Israele), in alcuni volontari maschi, dopo aver annusato un fazzoletto imbevuto di lacrime femminili, erano meno attratti da foto e filmati di donne, e nella loro saliva i livelli di testosterone erano ridotti. Quindi le donne ricorrerebbero al pianto per respingere le aggressioni sessuali. Lo conferma il fatto che le donne piangono di più nei giorni del ciclo mestruale, quando non sono fertili.

Espressività. Il pianto, poi, può avere una funzione purificatrice, per esempio quando si vede un film strappalacrime come “Romeo e Giulietta”: “L’identificazione tra spettatore e attore” dice Randolph Cornelius, professore di psicologia del Vassar College “può aiutare a sfogare ansie o conflitti interiori”. Ma Robert Provine, neuroscenziato del Maryland e autore di “Curios behavior”, ha scoperto una funzione ancora più importante con un esperimento: ha mostrato ad alcuni volontari le foto di persone piangenti, e gli stessi visi da cui le lacrime erano state rimosse con il fotoritocco. Risultato: queste ultime foto erano identificate come meno drammatiche e più ambigue. Senza le lacrime, diventava impossibile leggerne le emozioni. Dunque, le lacrime servono a facilitare la comunicazione, Soprattutto quando il groppo in gola rende difficile esprimersi a parole. “Le lacrime emotive” nota Trimble “sono comparse prima del linguaggio, quando l’emisfero destro (sede degli impulsi e dell’emotività) dominava la vita dei nostri antenati. Per il pianto, infatti, il linguaggio non serve, anzi: se scoppiamo a piangere non riusciamo più a parlare”.
L’ipotesi del pianto espressivo appare più probabile rispetto a quella del pianto salvavita, anche perché, aggiunge Provine, “produciamo solo qualche millilitro di lacrime: se il loro scopo fosse di liberarci da sostanze stressanti, una sudata sarebbe molto più efficace”.

Fonte:

Focus, n. 247 – Maggio 2013

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