Nella mente del Padrino

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Una volta incontrai un uomo profondamente depresso. Ripudiato dalla famiglia, viveva in solitudine assoluta, in paranoia, senza scambiare una parola con nessuno. A un certo punto mi disse: “Però ho un cane”. Mi strinse un nodo in gola, nonostante sapessi chi avevo di fronte: era un killer di Cosa Nostra che aveva ucciso oltre 100 persone prima di diventare un collaboratore di giustizia”.
Girolamo Lo Verso, docente di psicoterapia all’Università di Palermo, si è spinto dove nessuno mai aveva osato entrare, il bunker più inaccessibile della cupola siciliana: la psiche dei mafiosi. Da vent’anni Lo Verso scandaglia i suoi meccanismi, ne svela segreti e debolezze. “Abbiamo raccolto circa 50 testimonianze di ex affiliati del clan, ma anche mogli, figli e parenti dei boss” spiega. Come Giacomo, erede di famiglia mafiosa, ossessivo, devastato dai disturbi di personalità. O Santina, separata dal marito malavitoso e sessualmente bloccata per l’obbligo psicologico alla fedeltà coniugale, “perché così comanda il codice d’onore”.
Nel suo ultimo libro, La mafia in psicoterapia (Franco Angeli) Lo Verso ha analizzato il repertorio unico al mondo dei casi clinici seguiti finora. Il risultato è una discesa agli inferi della mente umana. Che spiega perché la Piovra non è solo un fenomeno criminale, una piaga sociale, una potenza economica da 150 miliardi di euro all’anno o una forza politica che in Italia sposta 2 milioni di voti. La mafia è anche un problema psicopatologico. “Se non lo cogli, non puoi combatterla” avverte lo psicoterapeuta. “Lo aveva capito per primo Giovanni Falcone, l’unico con cui, difatti, Tommaso Buscetta accettò di parlare”.

Matti per comodo. Per anni i mafiosi sono stati presi per matti. O meglio, così facevano credere (con la connivenza di medici e avvocati collusi) per sfuggire al carcere duro, ottenere uno sconto di pena o gli arresti domiciliari. Psicopatici immaginari, come il boss Antonino Marchese che si autoproclamava Napoleone o il capo-clan Angelo Bottaro che farneticava di essere unto del Signore. “Ma i mafiosi, finché sono inquadrati in Cosa Nostra, sono tutt’altro che folli” puntualizza Lo Verso. Il viaggio del professore palermitano nell’inconscio degli uomini d’onore iniziò da qui, studiando le perizie psichiatriche su Leonardo Vitale, uno dei primi pentiti di mafia. “Nel 1973 Vitale fu dichiarato pazzo, e non fu creduto, invece diceva la verità”. Così Lo Verso si accorse del vuoto di conoscenze sulla psiche mafiosa. E decise di rompere il tabù. Il vento soffiava a suo favore. Dopo le stragi di Falcone e Borsellino, Cosa Nostra era sotto assedio. Molti dei suoi membri erano finiti  dietro le sbarre, altri latitanti o uccisi. Nelle famigghie era saltato il tappo: i figli erano senza padri, le mogli senza mariti. Qualcuno dava segni di squilibrio mentale e chiese aiuto alla psicoterapia. S’infranse, così, la sacra regola dell’omertà che aprì grandi crepe nel monolite mafioso. Furono gli stessi analisti a restare spiazzati nel ricevere questi pazienti. Intanto Lo Verso fondò un’equipe di lavoro, la Scuola Analitica di studi sulla mafia: le ricerche scientifiche si moltiplicavano dando vita a corsi universitari a Palermo, Enna, Messina. Un’esperienza unica al mondo, tanto da finire sulle pagine del New York Times.

L’identikit del mafioso. Ciò che emerge da questi studi esclusivi è come la mafia costruisca i suoi picciotti come soldati fedelissimi al servizio dell’organizzazione criminale. “Mafiosi si nasce e si diventa” sintetizza Lo Verso. “L’affiliato viene da una famiglia di mafia e cresce secondo un training mafioso che, in un certo senso, inizia secoli prima della sua nascita”. Chi è svezzato, nutrito ed educato agli arcaici valori malavitosi, non sviluppa una propria individualità. “Il mafioso è l’alienazione assoluta dell’essere umano. Una non-persona che si identifica nella grande famiglia di Cosa Nostra”. Inculcata l’obbedienza cieca, gli adepti agiscono come robot. Uccidono a sangue freddo, non importa chi. Senza emozioni, senza mai farsi domande. Eseguono e basta. La mafia è una fabbrica di killer perfetti.
“Ai mafiosi interessa solo una cosa: il potere, e secondariamente il denaro che ne deriva” prosegue Lo Verso. Non ricercano altri piaceri, come la buona tavola, la bella vita, i lussi. Tanto meno il sesso, che si riduce a sbrigativi rapporti. Ecco perché Bernardo Provenzano visse 40 anni nascosto in uno squallido cascinale nel Corleonese, pur disponendo di un patrimonio di 300 milioni di euro.

Fragili. Ma la forza ostentata dall’uomo di mafia nasconde dentro di sé un tallone d’Achille: una psiche sottosviluppata (nel senso psicologico dell’Io che non si sviluppa) e paranoide è estremamente fragile. “Quando un mafioso perde la sua unica ragione d’essere, cioè l’appartenenza a Cosa Nostra, ne esce disintegrato” dice Lo Verso. “Rompere con la mafia e collaborare con la giustizia genera conflitti interiori devastanti, a cui una mente fondamentalista non sa reagire”. Ma un uomo d’onore, allora, può pentirsi? “E’ sbagliato parlare di pentimento nel senso cristiano del termine, questa interpretazione fa solo il gioco della mafia” puntualizza. “Il collaboratore di giustizia va considerato in modo pragmatico: una figura cruciale nella lotta alla criminalità a cui conviene più parlare che tacere”.
Ora, mentre un collaborante può finire sul lettino di Freud per la crisi d’identità che lo attraversa (e Lo Verso ne ha ascoltati diversi), questo non succede mai a un boss a piede libero. Dimenticate il film Terapia e pallottole o la serie tv dei Soprano. “I mafiosi veri non vanno in psicoterapia” taglia corto Lo Verso. Invece, sempre più spesso un aiuto psicologico lo richiedono le vittime di mafia che vivono nel terrore: commercianti taglieggiati, magistrati e poliziotti minacciati, cittadini. La mafia uccide con la mente, prima che con la pistola.

Crisi di famiglia. La coercizione psichica è fortissima anche sui familiari dei mafiosi, con cui Lo Verso ha molto lavorato in psicoterapia. “Depressione maggiore, disturbo d’ansia generalizzato, tossicodipendenze, disturbi d’identità, insonnia, i sintomi più comuni dei pazienti provenienti da ambienti mafiosi” racconta Lo Verso. “Nei casi più gravi, la problematica sfocia nella psicosi”. Sono soprattutto le fimmine ribelli a rivolgersi ai servizi di salute mentale. “Mentre alcune donne di mafia, rimaste sole, prendono in mano gli affari (è stato sfatato il mito che le donne non sanno), altre vivono forte insofferenza verso un mondo criminale asfittico e anaffettivo” dice Lo Verso. “La crisi d’identità è lacerante: i pazienti sono divisi tra il desiderio di emancipazione e un senso atavico di appartenenza”.
La psicoterapia aiuta? “La mafia è un male che ti porti dentro” constata il medico. Qualche volta, però, reagire si può. Com’è successo ad Anna, che soffriva di manie di persecuzione e attacchi di panico da quando suo padre fu arrestato con l’accusa di omicidio plurimo. “Per Anna divenne un’ossessione. Passava gran parte del tempo a interrogarsi sull’innocenza o la colpevolezza del padre, si vergognava di andare in giro” ricorda il professore. “Grazie alla terapia, Anna ha imparato ad accettare che la storia familiare non coincideva con la sua. Oggi è un’importante dirigente anti-racket”.

Controcultura. La psicoterapia tende una mano a chi vuole uscire dalle sabbie mobili della mafia. Ma non basta. Per combattere un male così pervasivo, occorre puntare sulla controcultura. “Il cambiamento è in atto” dice speranzoso Lo Verso. “Per esempio, l’associazione Addio Pizzo svolge una grande terapia antropologica e sociale sul territorio. Perché mostra che la mafia non è onnipotente. E che, se si uniscono le forze, fa meno paura”.

Fonte: Focus. Scoprire e capire il mondo. N. 248 – Giugno 2013.

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