Riparatore figli rotti cercasi

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Mi colpisce sempre il modo in cui alcuni genitori richiedono una consulenza psicologica per i loro figli. Mi contattano comunicandomi che il loro bambino ha un disagio e, dopo avermi raccontato al telefono il minimo indispensabile sul problema, si affrettano a chiedermi quando potrò vederlo in studio. Un po’ come quando si guasta un elettrodomestico: si contatta il tecnico, gli si affida l’apparecchio e si aspetta pazientemente che venga restituito funzionante.
Ecco che questi genitori si stupiscono molto quando comunico loro che in prima battuta non voglio vedere il bambino ma esclusivamente la mamma e il papà. Percepisco nella loro voce una certa inquietudine che potrebbe essere verbalizzata così: “Perché vuole vedere noi? Le sto dicendo che è mio figlio ad avere il problema!“.
Solitamente fornisco la risposta già nel corso del primo colloquio. Nei minori che manifestano un disagio, soprattutto nei bambini, ritengo che l’intervento da prediligere sia quello indiretto, ovvero quello attraverso i genitori. Lo scopo non è quello di colpevolizzarli e additarli come la causa del problema, al contrario si intende elevarli a ruolo di veri e propri co-terapeuti, cioè persone in grado di aiutare i figli in difficoltà (laddove non siano presenti patologie psicologiche vere e proprie) e di osservare le dinamiche in cui essi stessi sono protagonisti attivi.

Porto ad esempio un caso concreto. Qualche mese fa mi contatta Rosa e mi chiede di vedere la figlia Martina di 13 anni. Mi parla immediatamente di un “disturbo alimentare”: Martina da qualche tempo mangia pochissimo e con grandi difficoltà. Mi viene chiesto di vederla perché in casa non si sa più che fare.
Comunico che inizialmente non credo sia opportuno vedere la ragazza e convoco entrambi i genitori. Questo suscita un notevole stupore al quale, dopo mia insistenza, subentra una certa rassegnazione: “Beh, se lei dice che è meglio vedere prima me e mio marito, faremo in modo di esserci“. Quando li incontro, in un’ora di conversazione, la situazione che mi era stata prospettata al telefono cambia decisamente contorni. Martina viene descritta dal papà Mario come una piccola tiranna: a casa è lei a voler dettare il menù, l’ora in cui è più opportuno mangiare, quali cibi abbinare tra loro e così via… La sera non intende sedersi a tavola prima delle 21 e, se i genitori desiderano cenare un’ora prima, lei rimane in camera ad ascoltare la musica noncurante dei ripetuti richiami. Nel momento in cui sente appetito (anche le 11 di sera!), va in cucina, cerca in dispensa qualcosa che sia di suo gradimento e se non la trova chiede alla madre di ingegnarsi a prepararle qualcosa che possa soddisfarla. Martina non è sottopeso e il suo medico rassicura sul suo stato di salute. Eppure la mamma è fortemente preoccupata che non si nutra abbastanza e, pur di farla mangiare, è disposta a cucinare 2 o 3 pietanze diverse a pranzo e a cena in modo da andare incontro ai gusti di Martina, ma anche questo sembra non essere sufficiente. Invito i genitori a riflettere su come si sia instaurato un meccanismo di “allattamento a richiesta” che non è più pensabile per una ragazzina di quell’età. Analizziamo insieme anche i comportamenti e le strategie adottate per affrontare le difficoltà: emerge come il cibo sia diventato un vero e proprio problema. Mamma e papà si preoccupano tutto il giorno di sapere cosa Martina abbia mangiato, in che quantità, a che ora e se abbia ancora fame. Martina dal canto suo, risponde a queste continue pressioni isolandosi, evitando di mangiare con i suoi genitori, evidenziando un comportamento oppositivo e provocatorio.

Si sta dunque lavorando con i genitori in modo che comprendano che la loro tentata soluzione, oltre a non funzionare, alimenta ancor di più il problema che dovrebbe risolvere. In poche parole, ciò che le persone mettono in atto nei confronti di una difficoltà, se non permette di superarla e viene mantenuta come strategia, si trasforma in ciò che la mantiene e la rende ancora più sofferta. Il lavoro con i genitori mira dunque ad evidenziare le strategie d’azione che alimentano il disagio piuttosto che alleviarlo, in modo poi da annullarle e sostituirle con altre efficaci.

Fonte:

Nardone, G. (2012). Aiutare i genitori ad aiutare i figli, Ponte alle Grazie.

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