Psicologia e finanza

Psicologia e finanza

Se pensate che la psicologia si occupi solo di interpretazione dei sogni, relazioni di coppia e problemi familiari vi sbagliate di grosso. Oggi parleremo di psicologia applicata al comportamento degli investitori. Come si comporta chi gioca in borsa? E’ sempre lucido e razionale?

Quando vediamo che la Borsa sale o scende o che lo fanno le azioni di qualche azienda, siamo portati a pensare che sia all’opera un meccanismo perfettamente razionale. I mercati, del resto, si fondano su un sistema di compravendita, sulla base del quale i titoli salgono o scendono: ritengo che una cosa valga di più e possa valere di più in futuro (nella fattispecie un’azione) e quindi la compro a un prezzo superiore a quello che c’è al momento sul mercato. E il mio acquisto ne fa salire il prezzo. Le regole dettate dalla ragione dovrebbero essere a capo di ogni azione ma la mente gioca brutti scherzi, tanto ai piccoli risparmiatori, quanto agli operatori professionali.

Nel 2002 il premio Nobel per l’economia viene assegnato a Daniel Kahneman, un professore dell’Università di Princeton. Studioso del funzionamento dei mercati? No. Psicologo. In un celebre studio, Kahneman e Trevsky (lui sì un economista!) raccontano di un esperimento effettuato su due gruppi distinti di persone. Si chiedeva ad entrambi i gruppi di immaginare che il governo degli Stati Uniti dovesse fronteggiare una nuova forma di influenza asiatica e che ci si aspettassero 600 vittime. Al primo gruppo si è chiesto di scegliere tra due programmi: con il primo si sarebbero salvate 200 persone, con il secondo ci sarebbe stato 1/3 di possibilità di salvare tutti e 2/3 di possibilità che i 600 morissero. I membri di questo gruppo scelsero in gran numero la prima opzione. Al secondo gruppo le stesse due soluzioni furono presentate in maniera apparentemente diversa, dicendo loro che col primo programma sarebbero morte 400 persone. Un massiccio numero di risposte si concentrò, questa volta, sulla seconda opzione.
Questa modalità di scelta fu definita dai due studiosi “effetto contesto”: quando ci viene prospettata una possibilità di guadagno (in questo caso la sopravvivenza di 200 persone) tendiamo a evitare il rischio; quando ci si prospetta una possibilità di perdita (la morte di 400 persone), tendiamo ad accentuarlo.

E’ chiaro dunque come le due soluzioni, perfettamente identiche ma poste in maniera diversa, abbiano evidenziato un elemento che domina il nostro cervello: l’avversione al rischio. Questo, secondo Matteo Motterlini, direttore del Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata dell’Università Vita-San Raffaele, è un atteggiamento che porta all’autolesionismo. “Vendiamo troppo presto i titoli in rialzo per mettere le mani su un guadagno certo e teniamo troppo a lungo azioni in perdita con la speranza di recuperare”.
Ma ci sono anche gli inganni della memoria. Kahneman e Trevsky evidenziano come generalmente tendiamo a valutare le probabilità che un dato evento si verifichi dalla facilità con la quale riusciamo a pensare a esempi simili. E questi esempi sono basati spesso sulla nostra memoria: i ricordi di alcuni fatti, insomma, ci fanno pensare che quegli avvenimenti possano accadere ancora una volta. E così, se ci ricordiamo che in passato abbiamo acquistato titoli di un certo settore e abbiamo guadagnato, siamo portati a ritenere che anche oggi anche quello sia un buon investimento e, magari, a sottovalutare altri elementi più razionali che sconsiglierebbero l’acquisto.

Un altro atteggiamento che guida spesso l’operato degli investitori è quello per cui si tende a seguire il gregge: ecco che idee e comportamenti si diffondono rapidamente. E proprio per un contagio di ottimismo tra gli investitori può succedere che il prezzo di un titolo ad esempio cresca in maniera esponenziale. La notizia di un incremento di prezzo stimola l’entusiasmo degli investitori ed un numero sempre maggiore di loro si lancia nell’investimento, anche se rischioso, in parte per invidia del successo degli altri e in parte per il brivido dell’azzardo. 

Gli analisti e gli investitori, del resto, tendono a compiere una serie di errori: si fidano eccessivamente delle proprie previsioni e, una volta che le hanno fatte, sono restii a cambiare idea, sottovalutando le notizie che le smentiscono e sopravvalutando quelle che le confermano. In sostanza: tra le migliaia di informazioni che ricevono, cercano soprattutto quelle che li supportino nella loro scelta. Queste distorsioni cognitive non operano solo in ambito strettamente finanziario. “Molti studi” spiega la professoressa Daniela di Cagno “hanno mostrato che fenomeni di gioco patologico si possono verificare anche in soggetti non ludopatici. Quando si trovano a fronteggiare situazioni di “quasi vincita”, provano a giocare di nuovo. La distorsione cognitiva induce a pensare che, poiché si è andati vicini alla vincita, la volta successiva si vincerà o che è aumentata la nostra probabilità di vincere”. In realtà, se sulla slot alla quale stiamo giocando appaiono due simboli uguali su tre, non c’è nessun motivo per pensare che il prossimo giro sia quello buono. Eppure lo facciamo.

Fonte: Focus. Scoprire e capire il mondo. N. 254 – Dicembre 2013

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