Il dubbio cronico che blocca l’azione

dubbio

Ernesto arriva in studio da me con una richiesta ben precisa: “Dr.ssa, mi aiuti ad uscire dalla paralisi mentale che mi attanaglia”.

Ad un’indagine più approfondita emerge che Ernesto, distinto ingegnere di 40 anni, non è in grado di prendere delle decisioni. Quando si prospettano dinanzi a lui più alternative entra letteralmente in crisi: inizia ad analizzare in maniera capillare pro e contro di ogni possibile soluzione ma questo, anziché aiutarlo, lo blocca ancora di più. Quando sembra orientarsi verso la soluzione X, realizza che anche la Y in realtà avrebbe i suoi vantaggi e il pensiero, come una palla pazza, salta da una parte all’altra in un moto senza fine. A questo punto Ernesto può risolvere il problema solo in due modi: delegando ad altri la decisione da prendere (ma non sa esimersi comunque dal criticare!) oppure evitando di scegliere.

Questo disagio si manifesta non solo per le decisioni importanti, ma anche per le banalità di tutti i giorni. Mi fa un esempio. In vacanza con la fidanzata Maia, ogni sera, si decide per un ristorantino diverso in cui cenare. Ogni volta si apre quindi un ventaglio di possibilità. Ernesto non riesce a decidersi per un posto e, dopo lunghe ed estenuanti disamine, si limita a dire alla sua compagna: “Scegli tu”. Quando lei decide la location e si trovano a tavola, iniziano le discussioni perché, se qualcosa non va, Ernesto non sa esimersi dal dire “Io avrei scelto un altro posto”, e questo manda su tutte le furie la Maia.
Stessa dinamica per la scelta tra affitto e acquisto di una casa. Ernesto non ha ancora deciso cosa è meglio e, dopo 10 anni di fidanzamento, è ancora bloccato a casa dei suoi genitori, convinto che non ci si possa permettere di sbagliare. Certo l’argomento è delicato, ma il nostro ingegnere, come in una palude, più cerca di dirimere la questione, più ne rimane intrappolato. La trappola, in questo caso, consiste in uno stato di insostenibile insicurezza: l’unica via d’uscita è delegare la responsabilità della scelta.

Eccoci dunque di fronte ad una persona che, attanagliata dal dubbio su cosa sia giusto o sbagliato fare, non riesce più ad agire. Tenta di analizzare ciascun fenomeno dal maggior numero di punti di vista per giungere alle conclusioni più corrette e alle scelte più idonee ma, mettendo costantemente in dubbio la validità di qualunque assunto, diventa letteralmente schiavo del relativismo, incapace di qualunque decisione. Cercando in continuazione “l’inequivocabilmente giusto”, si giunge inevitabilmente al blocco dell’azione.

Quali soluzioni di fronte ai dubbi senza via d’uscita? Un percorso di psicoterapia è fortemente consigliato perché può aiutare l’individuo ad uscire dalla sua trappola mentale. Il terapeuta guida il paziente a scoprire come funziona il suo problema e alla consapevolezza di come siano proprio i suoi tentativi fallimentari di combatterlo ad alimentarlo. Nel corso degli incontri il soggetto inizierà a realizzare che la via d’uscita dalla sofferenza non è rappresentata dal cercare risposte, ma dal mettere in discussione la correttezza delle sue domande. Dinanzi a un dubbio patologico quindi, la terapia consiste nell’eliminarne il nutrimento consentendo al soggetto di sperimentare nuovi tipi di esperienze correttive. L’obiettivo è di creare nel paziente nuove visioni che letteralmente lo porteranno a scoprire il funzionamento della trappola che egli ha inizialmente costruito, per poi finirci imprigionato. L’effetto di tale scoperta di solito rappresenta una sorta di “illuminazione” che apre a reazioni alternative.

G. Nardone e G. De Santis, Cogito ergo soffro, 2011 Milano, Ponte alle Grazie.

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