Il dialogo che non funziona

dialogo di coppia

Spesso, con le coppie che presentano difficoltà di dialogo, si è prodighi di consigli sugli atteggiamenti da tenere per ritrovare l’armonia. In realtà, per imparare delle strategie vincenti è necessario prima di tutto identificare quelle fallimentari da evitare.

Quali sono dunque gli ingredienti che possono far naufragare il dialogo della coppia?

  1. Puntualizzare. E’ il meccanismo di chi tende a controllare la relazione, a definire per filo e per segno quello che l’altro dovrebbe o non dovrebbe fare per rendere più fluido il rapporto. Può anche darsi che chi effettua l’analisi abbia ragione ma il modo in cui lo fa, la ripetitività, l’iper razionalità, irritano il partner e lo spingono a “ribellarsi” alle regole imposte. D’altronde, analizzare in maniera scientifica ciò che di scientifico ha molto poco, cioè il sentimento, impoverisce il legame e non fa che peggiorare i conflitti e le incomprensioni.
  2. Recriminare. Questo verbo ha il significato di “Lagnarsi, lamentarsi, protestare per fatti di cui si attribuisce ad altri la colpa“. Il partner, dunque, viene sottoposto a un processo in cui vengono sottolineate le sue mancanze e il sentirsi accusato e condannato genera soltanto voglia di scappare o di aggredire. Anche in questo caso, l’intenzione iniziale può essere quella di chiarire una situazione ma l’atto del recriminare sposta l’attenzione da un fatto concreto (sul quale si può trovare un accordo) al piano emotivo, mettendo in campo sentimenti quali rifiuto e rabbia che allontanano il partner anziché avvicinarlo.
  3. Rinfacciare. Credo che ognuno di noi almeno una volta nella vita abbia vissuto questa esperienza. Alzi la mano chi non si è scontrato con il vittimismo di una persona cara che utilizza una frase del tipo “Dopo tutto quello che ho fatto per te…”, accusandoci di averla fatta soffrire, generando in noi oltre al senso di colpa, la rabbia di sentirci processati per i nostri presunti egoismi. Il partner che si pone come vittima, tenta di correggere quei comportamenti che hanno generato sofferenza ma, con il suo atteggiamento, non fa che alimentare nell’altro sentimenti di rifiuto e aggressività.
  4. Predicare. Anche questa modalità è sicuramente conosciuta: avremo sicuramente subito una predica da parte dei genitori, di un insegnante etc… Il comune denominatore delle prediche è quello di indicare “la retta via”, cioè quello che va fatto e quello che invece va assolutamente evitato, sulla base di ciò che si ritiene moralmente giusto o ingiusto. Chi ha subito una predica sa anche in quella situazione, mentre si ascolta l’altro parlare, oltre alla speranza che finisca il prima possibile, matura una voglia matta di trasgredire, di ribellarsi a quanto viene imposto.
  5. Te l’avevo detto!“. Ecco un altro atteggiamento che può risultare molto fastidioso e suscitare nel partner, oltre ad una forte irritazione, anche l’istinto di allontanarsi. E’ l’atteggiamento di chi sembra in attesa che si verifichi un fatto spiacevole per poter emettere l’insopportabile sentenza “Lo sapevo io…”. In questo modo il partner assume il ruolo di chi non ha dato ascolto, di chi avrebbe potuto evitare l’errore ma non lo ha fatto. L’individuo che si sente dire “Te l’avevo detto!“, oltre a dover sopportare la rabbia verso se stesso per l’errore commesso, si scontra con una persona cara, che anziché supportare e sostenere, sottolinea una volta in più lo sbaglio.
  6. Lo faccio solo per te“. Questa espressione è tipica di chi, dopo aver compiuto un’azione generosa, vuol far sentire l’altro in debito. Il risultato è quello di mettere il partner in una situazione di forte ambivalenza perché da un parte si sente in dovere di ringraziare, dall’altra avverte che quell’atto di estrema generosità non è stato richiesto. E’ come se si venisse obbligati a sentirsi riconoscenti. La frase in oggetto è solitamente pronunciata da chi vuole sentirsi gratificato per quello che fa, ma se il soggetto in questione fosse davvero generoso, dovrebbe agire in maniera altruistica senza farcelo notare.
  7. Lascia, faccio io!“.  Ecco la frase che, appare come una gentilezza, ma nasconde in realtà una forma di squalifica dell’altro. Si solleva il partner da un compito e si vuol far apparire questo gesto come un atto di cortesia ma un aiuto non richiesto in realtà si rivela dannoso. Quando mi sostituisco a qualcuno nel compiere un’azione, il messaggio subliminale che passa è: “Lascia, faccio io perché tu non sei capace“. Dietro una nobile intenzione si nasconde quindi un pericoloso meccanismo di squalifica delle capacità altrui.

Fonte: G. Nardone, Correggimi se sbaglio, 2005 Milano – Ponte alle Grazie

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2 risposte a Il dialogo che non funziona

  1. Ile ha detto:

    bell’articolo, complimenti

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