Barbablù (storia di una donna ingenua e del suo predatore)

barbablù

Oggi do il via ad una nuova categoria di post che ho deciso di intitolare “Favole e psiche“. L’intenzione è quella di raccontarvi delle storie, vedere quali sensazioni suscitano in voi e successivamente fornire, per ognuna di esse, un’interpretazione psicologica. D’altronde sappiamo già che le fiabe non sono semplici racconti ma insegnano sempre qualcosa…
Spero che questa iniziativa sia di vostro interesse e stimoli un intenso scambio di commenti.
Iniziamo dunque con la favola di Barbablù.

Una matassina di barba è conservata in un convento di monache sulle lontane montagne. Come sia arrivata al convento nessuno lo sa. Alcuni dicono che furono le monache a seppellire quel che restava del suo corpo, perché nessun altro l’avrebbe toccato. Perché mai le monache conservino una siffatta reliquia, nessuno lo sa, ma è vero. L’amica della mia amica l’ha vista con i suoi occhi. Dice che la barba è blu indaco, per l’esattezza. E’ blu come il ghiaccio scuro sul lago, blu come l’ombra di un buco di notte. Questa barba apparteneva un tempo a uno che dicono fosse un mago mancato, un gigante con un debole per le donne, un uomo noto con il nome di Barbablù.

Si diceva corteggiasse tre sorelle contemporaneamente. Ma loro erano spaventate dalla barba con quella strana sfumatura blu, così si nascondevano quando chiamava. Nel tentativo di convincerle della sua mitezza, le invitò a fare una passeggiata nel bosco. Arrivò con cavalli ornati di campanelli e nastri cremisi. Sistemò le sorelle e la loro madre sui cavalli, e al piccolo galoppo si avviarono nel bosco. Fecero una stupenda cavalcata, con i cani che correvano accanto e davanti a loro. Poi si fermarono sotto un albero gigantesco e Barbablù le intrattenne narrando storie e offrì loro leccornie. Le sorelle cominciarono a pensare: “Insomma, questo Barbablù forse non è poi tanto cattivo”. 
Tornarono a casa e non finivano più di parlare di quella giornata così interessante, di quanto si erano divertite. Pure, riaffiorarono i sospetti e i timori nelle due sorelle maggiori, che giurarono di non rivedere mai più Barbablù. Ma la più piccola pensò che se un uomo poteva essere tanto affascinante, allora forse non era neanche così cattivo. Più rimuginava tra sé e meno le sembrava terribile, e anche la barba le pareva meno blu.
Così quando Barbablù chiese la sua mano lei accettò. Aveva accolto con orgoglio la proposta di matrimonio, e pensava di sposare un uomo molto elegante. Si sposarono e poi andarono a vivere nel suo castello nei boschi.

Un giorno andò da lei e le disse: “Devo andar via per qualche tempo. Invita qui la tua famiglia, se ti fa piacere. Potrete cavalcare nei boschi, ordinare ai cuochi di preparare un banchetto, potrai fare tutto quel che vuoi, tutto quel che il tuo cuore desidera. Ecco il mio mazzo di chiavi. Puoi aprire tutte le porte dei magazzini, le stanze del tesoro, qualunque porta del castello; ma non usare questa piccola chiave con la spirale in cima“.
Rispose la sposa: “Sì, farò come dici. Mi sembra bellissimo. Vai dunque, mio caro marito, non preoccuparti e torna presto”. Così lui partì, e lei rimase.
Le sorelle andarono a trovarla e, come tutte le donne, erano molto curiose di sapere che cosa il padrone aveva detto di fare durante la sua assenza, gaiamente la giovane sposa raccontò tutto.
Le sorelle decisero di fare il gioco di trovare quale chiave apriva quale porta. Il castello era di tre piani, con un centinaio di porte in ogni ala, e siccome molte erano le chiavi del mazzo, si divertirono immensamente a passare da una porta all’altra. Dietro a una porta c’erano le dispense, dietro a un’altra i depositi delle monete. In ogni stanza c’erano beni di ogni sorta. E ogni volta sembrava tutto più meraviglioso. Alla fine arrivarono alla cantina.
Si scervellarono sull’ultima chiave, quella con la piccola spirale in cima. Udirono uno strano suono, sbirciarono dietro l’angolo e – guarda, guarda!- c’era una porticina che si stava appunto richiudendo. Cercarono di riaprirla, ma era sprangata. Una gridò: “sorella, sorella porta la tua chiave. Sicuramente è questa la porta della misteriosa chiavetta”.
Senza riflettere neanche un momento una delle sorelle infilò e girò la chiave nella toppa. La serratura scattò, la porta si spalancò, ma dentro era così buio che non potevano vedere nulla.
“sorella, sorella porta una candela”. Venne accesa una candela e portata nella stanza, e le tre donne lanciarono tutte insieme un urlo perché la stanza era un lago di sangue e ossa annerite di cadaveri erano sparse ovunque, e negli angoli i teschi erano impilati come piramidi di mele. Richiusero velocemente la porta, sfilarono la chiave dalla toppa e si aggrapparono l’una all’altra, respirando affannosamente. Dio mio! Dio mio!
La sposa guardò la chiave e vide che era macchiata di sangue. Terrorizzata usò l’orlo della gonna per ripulirla, ma il sangue restava. Ogni sorella prese la chiavetta in mano e cercò di farla diventare come prima ma il sangue non se ne andava. La sposa si nascose in tasca la piccola chiave e corse in cucina. Quando arrivò, il suo abito bianco era macchiato di rosso dalla tasca all’orlo perché la chiave lentamente versava gocce di sangue rosso scuro. Ordinò al cuoco di darle uno strofinaccio, strofinò la chiave, ma non smetteva di sanguinare, goccia su goccia, puro sangue rosso. Portò fuori la chiave, la strofinò con la cenere. La ricoprì di ragnatele per arrestare il flusso, ma niente riusciva ad arrestare il sangue. Pensò di nasconderla, la mise nell’armadio e chiuse la porta.
Il marito tornò la mattina dopo ed entrò nel castello chiamando la sua sposa. “Allora, com’è andata durante la mia assenza?”
“E’ andato tutto bene sire”
“Bene, allora sarà meglio che tu mi restituisca le chiavi”. Con una rapida occhiata si accorse che mancava una chiave. “Dov’è la chiave più piccola?”
“Io…io l’ho perduta. Stavo cavalcando e il mazzo di chiavi mi è caduto”
“Non mentirmi! Dimmi cosa hai fatto con quella chiave!”
Le posò una mano sulla guancia come per accarezzarla, ma invece la afferrò per i capelli. “Infedele” ringhiò, e la gettò a terra “Sei stata nella stanza, vero?”
Spalancò l’armadio e la piccola chiave sul ripiano in alto aveva sanguinato sangue rosso sulle belle sete dei suoi abiti appesi lì.
“Ora tocca a te mia signora” urlò, e la trascinò nella cantina, fino alla terribile porta. La porta si aprì. Là giacevano gli scheletri di tutte le sue mogli precedenti.
“Eccoci!” ruggiva, ma lei si era aggrappata alla porta e non lasciava la presa. Implorò per la sua vita “Ti prego, consentimi di raccogliermi per prepararmi alla morte. Concedimi un quarto d’ora per trovarmi in pace con Dio”.
“Va bene avrai un quarto d’ora, e fatti trovare pronta”.
La sposa salì di corsa le scale per raggiungere la sua camera e per mandare le sue sorelle sui bastioni del castello. Interrogava le sorelle.
“Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?”
“Non vediamo nulla, nulla sulle pianure aperte”
“Vediamo un turbine in lontananza, forse un polverone”
Intanto Barbablù chiamò a gran voce la moglie perché scendesse in cantina, dove l’avrebbe decapitata.
“Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?”
Urlarono le sorelle: “Sì, vediamo i nostri fratelli che arrivano ed entrano nel castello!”
Barbablù si lanciò verso la camera della moglie. Pesanti erano i suoi passi, le pietre del vestibolo si aprirono, la sabbia della calcina cadde sul pavimento.
Mentre Barbablù entrava nella stanza con le mani tese per afferrarla, i fratelli percorsero a cavallo il vestibolo del castello ed entrarono nella stanza. Lanciarono Barbablù sul bastione, con le spade sguainate avanzarono verso di lui, colpendo e fendendo, tagliando e sferzando, lo abbatterono a terra, uccidendolo infine e lasciando alle poiane il suo sangue e le cartilagini.

Adesso lascio spazio ai vostri commenti. Cosa pensate voglia insegnarci questa storia? Cosa rappresentano secondo voi Barbablù e la sua giovane sposa? Ancora, quale significato date alla chiave e alla stanza degli orrori?

Fonte:  Clarissa Pinkola Estés – Donne che corrono coi lupi – Milano, 2013 Frassinelli

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