Specchio specchio delle mie brame

guardarsi allo specchio selfie

E’ una delle prime cose che facciamo: ci alziamo, ci chiudiamo in bagno e…buttiamo un occhio allo specchio
Un gesto automatico e solo apparentemente semplice. La nostra immagine riflessa, infatti, ci rimanda un volto e un corpo spesso diversi da quelli che sono in realtà perché “filtrata” da meccanismi psicologici. Che possono spiegare, per esempio, perché le donne si vedono sempre troppo rotonde e gli uomini mai abbastanza alti e muscolosi; perché nelle fototessera non ci piacciamo e perché il nostro volto colto di sorpresa in una vetrina sembra quello…di un estraneo.

“Noi ci percepiamo in modo diverso da come siamo perché possiamo vederci solo indirettamente: allo specchio, in fotografia, nei video. Quindi la mente sviluppa un’immagine corporea che può essere più o meno discrepante con l’immagine reale” spiega Marco Costa, docente di psicologia evoluzionistica all’Università di Bologna. In genere allo specchio si attiva un meccanismo positivo: ci atteggiamo, ci mettiamo in posa, ci osserviamo sotto il profilo migliore, notiamo meno i difetti…una correzione estetica che serve a farci sentire bene. Il problema sorge quando ci imbattiamo in pose spontanee. Il confronto con un’immagine di noi “reale”, perché non posata, e quella che invece abbiamo in mente ci mette a disagio. La discrepanza fra l’immagine reale e quella percepita può essere più o meno forte, certo è che si acuisce nei periodi della vita di grande trasformazione fisica. L’adolescenza è uno di questi. Non a caso è anche il periodo più a rischio, per le ragazzine, di sviluppare disturbi del comportamento alimentare, a loro volta conseguenza di una visione pesantemente distorta del proprio corpo (dismorfofobia) e di una cattiva percezione di stimoli vitali come la fame.
Anche senza raggiungere livello patologici, questa discrepanza è presente in tutti gli adolescenti, soprattutto le femmine, che rispetto ai maschi sono più portate a percepirsi in modo alterato anche in età adulta. Nelle donne l’insoddisfazione è legata alla linea, negli uomini al sentirsi sempre troppo poco atletici. Inoltre si tende a focalizzare l’attenzione (e l’insoddisfazione) sui particolari: denti non perfetti, un naso un po’ così. Particolari che agli altri appaiono insignificanti. Spiega Valentina D’urso, docente di psicologia generale all’Università di Padova: “Le persone che ci vedono spesso non danno alcun peso a circostanze che per noi possono essere importanti, per esempio un brufolo sul naso o i capelli sporchi. Chi ci conosce mantiene un’immagine stabile del nostro corpo mentre reagisce di più ai cambiamenti di atteggiamento, come allegria o malumore […] Paradossalmente le persone che hanno problemi col loro aspetto fisico sono anche le più giovani e le più attraenti. Tendono a curarsi di più perché ambiscono ad appartenere a un modello estetico molto alto. Hanno un ideale di bellezza fisica elevato perché non si confrontano col gruppo a cui appartengono”. Se puntiamo a modelli irraggiungibili, il rischio di non piacerci è più che una probabilità.

Se la pressione esterna sull’estetica ha reso tutti molto vulnerabili, è anche vero che il disagio è proporzionale alla maturità emotiva dell’individuo. Una persona che si accetta così com’è, seppure anziana, o grassa, o scialba, si vedrà in modo realistico anche allo specchio. E’ anche questione di autostima, patrimonio che si acquisisce nell’infanzia. L’immagine del corpo è una costruzione che si forma nei primi anni di vita: fra i 12 e i 18 mesi il bambino inizia a riconoscersi allo specchio. E lo fa sotto lo sguardo dei genitori. Una madre (e un padre) amorevole, che trasmette tenerezza e apprezzamento, dona inconsapevolmente al piccolo gli strumenti per amarsi da grande. Allo specchio si guarderà con benevolenza, perché con amore è stato guardato a suo tempo.

Eppure, che sia equilibrato o meno, in alcune situazioni il rapporto con il proprio corpo può mettere in crisi. Il primo piano scattato a sorpresa, il video in cui siamo finiti a nostra insaputa: chi più chi meno, tutti sentono estranee queste immagini di sé. Per il semplice fatto che non vi si riconoscono. Siamo infatti abituati all’immagine che ci rimanda lo specchio alterata dal nostro metterci in posa. Ci atteggiamo al meglio perché cerchiamo di costruire un’immagine di noi il più possibile positiva. E’ quello che succede con i selfie: le persone si scattano una foto esattamente nella posa e con l’espressione che desiderano per poi condividerla sui social. Si trasmette, insomma, un’immagine che si riesce a controllare. Ma l’avversione che proviamo per i nostri primi piani o le fototessera (sempre immancabilmente “malriuscite” anche se gli altri le giudicano bene) potrebbe avere anche un’altra spiegazione. “Riguarda le distanze personali” spiega Costa. “Un primo piano può essere interpretato come una violazione del proprio spazio”.
Comunque sia, dovremmo prendere esempio dai comunicatori di professione: politici, conduttori, attori. L’abitudine stessa a vedersi e rivedersi per smussare imperfezioni e studiare l’effetto che fanno sugli altri li rende estremamente disinvolti con la loro immagine. La familiarità con se stessi, insomma, si può costruire. Guardandosi (da ogni prospettiva) più spesso.

Fonte: Focus. Scoprire e capire il mondo. N. 261 – Luglio 2014

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