Inguaribili narcisi? (Parte seconda)

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Si sentono liberi, speciali, al centro dell’Universo. Sono convinti di bastare a se stessi. Vivono qui ed ora, alla ricerca costante di nuove sensazioni, Sono ossessionati dalla celebrità e dall’attenzione degli altri: controllano ogni giorno il proprio pubblico su Facebook, la dieta, i vestiti, il corpo palestrato, siliconato o tatuato. Sfuggono dall’intimità: i rapporti, di amicizia o di coppia, sono usa e getta. Non credono in niente, convinti che tutte le opinioni siano uguali. Non hanno passato e temono il futuro, nel quale intravedono solo epidemie di Ebola, cambio climatico, terrorismo, crisi finanziaria. E alla prima difficoltà vanno in frantumi.

Questo identikit vi ricorda qualcuno? Vostro figlio, un collega, il vicino di casa? Non è un caso. Perché secondo molti ricercatori, è il ritratto delle generazioni di oggi: viviamo in un’epoca di narcisismo epidemico.
Jean Twenge, psicologa dell’Università di San Diego, ha ribattezzato i giovani “Generazione me”, perché centrati sul proprio ombelico: “Sono più sicuri di sé e più infelici che mai, perché la loro autostima è fondata sul nulla”. L’affermazione ha suscitato le reazioni allarmate di molti educatori. Ma altri gettano acqua sul fuoco: “Qualunque generazione di giovani è più narcisista rispetto agli adulti”, obietta Brent Roberts, psicologo dell’Università dell’Illinois. Come stanno le cose? L’esplosione di selfie non vuol dire nulla?

L’allarme in realtà, nasce da molto più lontano. Il primo a parlare di narcisismo su scala sociale fu lo psicanalista Heinz Kohut nel 1971. Perché già allora si vedevano i segnali di un cambio epocale: il crollo dell’umanesimo.
“In passato”, osserva Vincenzo Cesareo, docente di sociologia all’Università Cattolica di Milano e autore di L’era del Narcisismo (Franco Angeli), “la vita era caratterizzata da rischi, fatiche, scarsità di beni. Per sopravvivere bisognava maturare in fretta, facendo i conti con la realtà e mettendo da parte ogni protagonismo, in nome della fede nel progresso e nelle ideologie. Ma dal Dopoguerra il progresso ha reso disponibili più beni, ed è iniziata l’età dell’abbondanza. Non conta più il lavoro, ma il consumo; non più l’impegno, ma il godimento”. E alla rivoluzione economica si è affiancata una crisi culturale. “Tutte le ideologie sono andate in crisi. Non ci sono più valori universali. Siamo diventati una società di massa omologata dai consumi. Quindi ognuno deve arrangiarsi, costruire la propria identità meglio che può. E ci si concentra su di sé. E’ la “vetrinizzazione sociale”: si mette in mostra se stessi, come un prodotto fra i tanti. Da qui nasce il culto per l’aspetto fisico e per l’apparire. L’ossessione per stare su Facebook è il sintomo, non la causa di questo scenario”.

A ciò, dicono molti sociologi, si aggiunge il ruolo dei genitori, che non educano più i figli all’impegno e al sacrificio, ma soddisfano ogni loro desiderio: li proteggono e li trattano come “speciali”, “unici” a prescindere da come si comportano. “E così l’autostima diventa un diritto, non una conquista”, dice Cesareo.
Da queste radici è germogliato l’odierno “mondo liquido”, come l’ha definito il sociologo polacco Zygmunt Bauman: “Non ci sono più certezze, tutto diventa fluido. La vita è omologata, tutto diventa merce su scala globale. Anche le relazioni sociali: è facile innescare contatti, e altrettanto facile troncarli alla prima avvisaglia di insoddisfazione. I rapporti diventano light, leggeri e disimpegnati”.

Il risultato? Un diffuso senso di solitudine. E un elevata fragilità: i narcisi sono annoiati, indifferenti a tutto e alla prima delusione crollano. “Si tuffano nelle droghe, o cercano conforto negli antidepressivi: non è un caso che ambo i fenomeni siano in aumento”, avverte Cesareo.  
Se ci siamo persi, come possiamo ritrovarci allora? “Dovremmo recuperare il senso di appartenenza a una comunità”, risponde Marco Aime, docente di antropologia delle società complesse all’Università di Genova, “e investire di più nella socialità vera, quella offline. E promuovere nelle città la creazione di spazi d’incontro aperti e protetti, come gli oratori di una volta”. Ma occorrono anche una nuova cultura, nuovi modelli educativi: “Dobbiamo riflettere su chi siamo e chi vogliamo diventare”, aggiunge il professor Niola. “I politici si sono arresi all’economia e non esprimono più alcuna idea di società. Gli adulti imitano i giovani. E i giovani, invece di usare la Rete, si lasciano usare da essa diventandone dipendenti”.

In effetti, però, ai sintomi preoccupanti se ne affiancano altri più rassicuranti. Pesino nelle nuove generazioni stanno diffondendosi gli anticorpi al narcisismo sterile. “Le nuove generazioni”, raccontano Rita Bichi e Cristina Pasqualini, sociologhe all’Università Cattolica di Milano, “sembrano avere un atteggiamento più pragmatico e propositivo, una maggiore attenzione alla socialità vera. Sono consapevoli che i loro problemi (isolamento, precariato) sono generazionali, e che chiudersi in se stessi non porterebbe a nulla. Quindi si muovono: si impegnano in prima persona, hanno più consapevolezza della necessità di darsi da fare in campo sociale e politico, partono dal Web per cercare contatti nella vita reale. Vedremo se questi segnali si consolideranno negli anni a venire”.

Fonte: Focus. Scoprire e capire il mondo. N. 268 – Febbraio 2015
Autrice: dr.ssa Marta Erba

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