Psicologia dell’avaro (Parte I)

lavaro

Riesce ad evitare di offrire un bicchiere anche il giorno del suo compleanno: per sicurezza tiene nascosta la data, e pazienza se così nessuno lo festeggerà.

Se potesse, anzi, abolirebbe pure il genetliaco di tutti gli altri, parenti e amici, perché l’idea di essere costretto a donare qualcosa, senza peraltro avere niente in cambio, non lo fa dormire. Il Natale, poi, è l’incarnazione di tutti i suoi incubi: allora, e solo per i famigliari più stretti, si costringe al “regalo utile”, cioè quel necessario…di cui però potrà usufruire anche lui, tipo una maniglia nuova per sostituire quella rotta del bagno.

Alzi la mano chi non ha mai incontrato una persona così: tirchia, taccagna, con il “braccino corto“… avara insomma. Qualcuno che, in modo più o meno grave, come Paperon de’ Paperoni vive ossessionato dall’accumulo irragionevole di denaro e dal timore di perderlo. Una persona per la quale anche solo offrire un caffè diventa una prospettiva tragica. La sua, decisamente, è una vita di inferno. Per se stesso, visto che per primo si nega qualsiasi piacere, e naturalmente per chi lo circonda. 

Ma tirchi si nasce o si diventa? Secondo uno studio delle Università di Buffalo e della California, condotto su un campione di 711 individui, un po’ è colpa della natura.  Noi tutti, infatti, porteremmo l’avarizia “scritta” nel Dna: a seconda però della “versione” di geni che abbiamo in dotazione, e che si combinano con due noti ormoni – ossitocina e vasopressina – possiamo essere, possiamo essere o non essere l’incarnazione di Paperon de’ Paperoni.

Margriet Sitskoorn, docente di Neuropsicologia clinica all’Università di Tilburg, nel suo libro “I sette peccati capitali del cervello” propone un interessante esperimento: immaginate di essere seduti su una panchina, quando arriva uno sconosciuto che vi porge una busta contenente 10.000 euro e vi spiega che dovete dividerli con l’uomo seduto accanto a voi, il quale dovrà accettare la somma che gli offrite, qualunque essa sia. Nel secondo scenario, ricevete la stessa busta. Ma questa volta l’uomo seduto accanto a voi potrà accettare o rifiutare la vostra offerta. Nel caso la dovesse rifiutare, perché la ritiene troppo scarsa, nessuno dei due riceverà nulla. Stavolta quanto gli offrite? Il senso di giustizia suggerirebbe che a ciascuno andasse circa la metà della somma, eppure nella prima situazione quasi tutti tengono per sé una cifra più alta; la ricchezza, a quanto pare, rende avidi. Nel secondo scenario, in cui chi è troppo avido rischia una punizione, ciascuno si affanna per capire quanto la persona seduta accanto a sé sarebbe disposta ad accettare e, in sostanza, per fare un’offerta più generosa. Spiega Sitskoorn: “L’avarizia alberga nel nostro cervello, poiché accumulare attiva il circuito della gratificazione, e ci motiva a continuare a farlo. A tenerci a freno sono le aree cerebrali anteriori che purtroppo. però, sembra vengano attivate solo in presenza di regole, o sotto la minaccia di una punizione”.

Continua…

Fonte: Focus. Scoprire e capire il mondo. N. 274 – Agosto 2015

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