Psicologia del senso del pudore (Parte I)

senso del pudore

Che cosa c’entra il nudo con la vergogna? Lo scopriamo con il post di oggi.

La vergogna (anche se ha origine dentro di noi) è un’emozione sociale: implica cioè che gli altri ci guardino e ci giudichino. Precisamente ciò che accade quando ci spogliamo in pubblico. Nel caso del pudore, entra in gioco anche un altro ingrediente, il sesso. Da sola, la nudità non basterebbe infatti a farci arrossire; secondo molti studiosi, il senso del pudore e l’avversione alla nudità si sono diffusi nella maggior parte delle società umane per proteggere la coppia: l’esposizione del corpo, essendo un forte stimolo sessuale minaccia la monogamia. “Ecco dunque la vergogna, che ci spinge a coprirci, evitando di indurre gli alti in tentazione”, spiega Francesco Aquilar, presidente dell’Associazione italiana di Psicoterapia cognitiva e sociale. “E’ un’emozione che ha una funzione protettiva”. Lo testimonia, oltretutto, la tipica postura di chi si vergogna: schiena curva, capo chino, occhi bassi, come a volersi magicamente sottrarre agli sguardi mettendo in atto “la strategia dello struzzo” (chi prova vergogna, infatti, vorrebbe “sprofondare sotto terra”). E lo testimonia anche il rossore, una reazione che ha un effetto paradossale: rende evidente a tutti un’emozione che si vorrebbe…tenere nascosta. Nel caso del pudore, vergognarsi e arrossire è come dire: “scusa, non voglio provocarti sessualmente”.
Ecco perché nella maggior parte dei gruppi sociali si è sempre tramandata l’importanza di quel sentimento attraverso i testi sacri, i miti, perfino le favole. Secondo la Bibbia, Adamo ed Eva, subito dopo aver assaggiato il frutto proibito, si vergognarono della propria nudità e si coprirono con una foglia di fico. La mitologia greca racconta che un giorno il giovane Atteone, recandosi a caccia, si imbatté in Artemide che si stava facendo il bagno: offesa per essere stata sorpresa nuda, la dea lo trasformò in un cervo e lo fece sbranare dai suoi cani. E, ancora, in una nota favola di Andersen, I vestiti nuovi dell’Imperatore, un sovrano convinto di indossare un abito bellissimo sfila in mezzo alla città completamente nudo, subendo di fronte al suo popolo la peggiore dell umiliazioni. Racconti diversi ma con un denominatore comune: della nudità è giusto che ci si vergogni.

Quello su cui invece gli esperti ancora non concordano è se noi nasciamo pudichi o impariamo ad esserlo. Molti psicologi ritengono che il pudore sia, almeno in parte, innato. “Sorge intorno ai quattro anni”, spiega Francesco Aquilar, “e si intensifica con la pubertà, specie tra padre e figlia; la figlia teme un’involontaria attivazione sessuale nel padre, il padre un possibile giudizio sessuale nella figlia”. Quel che è certo, tuttavia, è che il pudore è variabile: cambia a seconda delle persone, delle circostanze, dei luoghi, dei tempi, e di molti altri fattori. Tanto per cominciare, non è uguale nei due sessi. Quello maschile si concentra sui genitali (anche perché potrebbero rendere evidente un eventuale desiderio sessuale attraverso l’erezione), quello femminile coinvolge anche il seno (in particolare areole e capezzoli). Ma non è così ovunque: la cultura islamica, per esempio, impone alle donne di coprire l’intero corpo, e spesso anche il viso, mentre alcune tribù africane considerano del tutto normale girare completamente nudi, oppure “vestirsi” con il body painting.

Continua…

Fonte: Focus. Scoprire e capire il mondo. N. 274 – Agosto 2015
Autrice: dr.ssa Marta Erba

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