Quando si ammala la speranza…

Il post di oggi vuole riprendere un tema molto delicato, ma allo stesso tempo tristemente attuale, da me trattato nel corso del mio ultimo intervento televisivo: il suicidio. Cercheremo di capire insieme quali possono essere le cause, le differenze a seconda del momento di vita in cui si verifica, le reazioni emotive degli altri e gli indizi da non trascurare per poter prevenire.

Partiamo da un po’ di numeri che ci aiuteranno ad avere una dimensione del problema. Ogni anno si registrano circa un milione di suicidi. Si stima inoltre che si verifichi un tentato suicidio ogni 3 secondi. Numeri impressionanti.
Parlavo di “attualità” del fenomeno perché ultimamente i media ci hanno segnalato numerosi casi di suicidio che paiono legati alla recessione economica: è bene sapere però che il momento di crisi che stiamo attraversando non può  essere considerato la causa di questa presunta “impennata” di gesti inconsulti. Quanto arriva agli “onori” della cronaca, visti i numeri che ho citato precedentemente, è soltanto la punta di un iceberg.

Fattori predisponenti e precipitanti – I fattori predisponenti al suicidio sono: scarsa integrazione nel gruppo sociale, conflitti interpersonali, problemi di salute, presenza di altri suicidi in famiglia, condizioni di vita sfavorevoli. I fattori precipitanti sono da intendersi come “la goccia che fa traboccare il vaso” e possono essere: la morte di una persona cara, un abuso sessuale, il rifiuto da parte dei genitori dell’omosessualità del figlio, un grave scandalo etc.

Perché si decide di rinunciare alla vita? Le cause principali sono prevalentemente tre: disperazione, impotenza e infelicità. Si matura l’idea che non ci sia più nessuna via d’uscita, nessuna alternativa all’unica possibile: la morte. Si perde lo scopo e il progetto della propria vita e si avverte la sensazione netta di aver fallito e di non avere una possibilità di riscatto. La percezione della realtà è distorta e la morte diventa il mezzo per liberarsi di una situazione insostenibile (il crollo dell’autostima, una delusione amorosa, una malattia incurabile, eventi economici di ordine catastrofico, calunnie, accuse infamanti, ingiustizie, sensi di colpa per qualcosa che si è fatto…).
Le motivazioni del suicidio vanno comunque differenziate meglio a seconda del ciclo vitale della persona. A questo proposito è bene sottolineare che i suicidi sono più frequenti in adolescenza (tra i 15 e i 25 anni) e in terza età (dopo i 65 anni).

Adolescenza – Questo è un periodo della vita molto delicato perché è quello in cui comincia a formarsi l’identità, ci si separa dai genitori per intessere relazioni più intense con il gruppo dei pari, si comincia ad affrontare autonomamente il mondo, con i suoi aspetti positivi e negativi, con le inevitabili frustrazioni.
Molti suicidi sono legati agli insuccessi scolastici. Avere dei risultati insoddisfacenti, espone l’adolescente non solo al rimprovero dei genitori, ma anche al giudizio (a volte spietato) dei compagni. L’umiliazione e la vergogna possono dunque portare ad un gesto estremo.

Mezza età – “Nel mezzo del cammin di nostra vita” comincia a sentirsi l’incalzare del tempo, lo sfiorire della bellezza, i primi acciacchi fisici e a tutto questo non può che accompagnarsi un bilancio di quanto si è realizzato sin qui. Si confrontano i sogni di gioventù con quanto si è realmente ottenuto ed è forte il desiderio di “generabilità” ovvero di produrre qualcosa che perduri nel tempo. Questo desiderio può essere realizzato con un figlio, ma anche con qualcosa che più genericamente dia un senso alla propria esistenza (volontariato, stesura di un libro, etc…).

Terza età – In questo momento della vita il suicidio può essere più probabile perché si fa strada la convinzione di non essere più utili e di essere un peso per gli altri. Anche l’insorgenza di malattie invalidanti può alimentare questo pensiero in quanto si diviene fonte di preoccupazione per i familiari. L’anziano si confronta anche con la scomparsa degli amici e del coniuge e in quest’ultimo caso può sentire il desiderio di ricongiungersi a lui/lei. Ricordiamo infine che la terza età è anche il momento del pensionamento che può essere tanto più difficile da affrontare quanto più si è investito esclusivamente nel lavoro, trascurando affetti, relazioni sociali e hobby.

Quali avvertimenti non vanno trascurati? I segnali più pericolosi sono certamente: le minacce verbali (non voglio più vivere; stareste meglio senza di me…), uno stato depressivo persistente, precedenti tentativi di suicidio, frasi che evidenziano disprezzo di sé, crollo dell’autostima, trascuratezza nell’aspetto fisico, abuso di alcol e di droghe.
Questi segnali solitamente si leggono troppo tardi perché gli indizi di suicidio generano inevitabilmente una forte ansia e non si è sempre pronti per accoglierli.

Le reazioni degli altri al suicidio/tentato suicidio sono:
– shock (Non è possibile, non ci credo);
– negazione dei fatti (Si tratta di un incidente);
– rabbia (Ma perché lo ha fatto? Non lo perdono);
– senso di colpa (Perché non sono riuscito a prevederlo?);
– vergogna (Cosa penseranno gli altri di me?);
– depressione (La mia vita non ha più senso);
– ricerca di una motivazione (Perché lo ha fatto?)

Un percorso psicologico può essere utile perché consente di elaborare il lutto superando lo shock,  il senso di colpa e i rimorsi per non aver fatto di più. Con il passare del tempo sarà poi possibile creare il giusto distacco emotivo per dire addio alla persona che ci ha abbandonato.

Perché si rivolge l’aggressività verso se stessi e il proprio corpo? L’aggressività è rivolta verso se stessi quando non è possibile rivolgerla verso uno o più agenti esterni che ci disturbano. L’individuo frena la propria aggressività perché magari è cresciuto con l’idea che bisogna essere sempre gentili con tutti e che è meglio ricevere un’ingiustizia piuttosto che farla. E’ anche probabile che il soggetto non riesca a manifestare la rabbia verso le persone che ama per il timore di perdere la relazione. Finisce così per ingoiare continuamente dei rospi sino a che non raggiunge il culmine della tollerabilità.
Il suicidio rappresenta spesso anche una vendetta verso chi si ritiene essere causa della propria infelicità. Si immagina infatti che la morte provocherà sensi di colpa lancinanti e che sarà dunque la giusta punizione per chi si considera fonte della propria disperazione.

Come comportarsi con chi ha tentato il suicidio? Non è necessario dire per forza qualcosa, si può rimanere in silenzio trasmettendo comunque il messaggio che si è lì, presenti e pronti ad accogliere e contenere il dolore. E’ importante evitare di cambiare discorso, banalizzare (Vedrai che tutto si risolverà), fare prediche (Hai tutto, non hai il diritto di lamentarti), etichettare (Smettila di fare la vittima) o dare consigli inutili o non richiesti.

Cosa fare per prevenire? E’ indispensabile favorire nell’individuo entusiasmo e gioia di vivere e contemporaneamente curare le relazioni affettive in modo che la persona possa sviluppare le proprie potenzialità in un clima empatico, che accoglie i suoi bisogni e le sue necessità. E’ altrettanto importante imparare a distinguere ciò che è buono da ciò che è nocivo per la propria persona, imparando a rafforzare i propri confini per difendersi dalle invasioni delle pretese e dei giudizi di chi ci circonda.
Anche in questo caso un percorso di psicoterapia può essere utile per fortificare le risorse personali, uscire dall’isolamento nel quale ci si è barricati e riscoprire la propria voglia di vivere. La terapia aiuta l’individuo a comprendere che il suicidio è una soluzione definitiva ad un problema spesso temporaneo: in alcuni momenti si pensa di non avere vie d’uscita ma con il passare del tempo, e con i supporti adeguati, ci si rende conto che esistono altre e più positive prospettive dalle quali affrontare il problema. Proprio per questo, quando ci si sente in preda alla disperazione, è importante chiedere aiuto e condividere la propria angoscia: i problemi, anche quelli più gravi, potranno apparire presto sotto una una nuova luce e sembrare completamente differenti.

Fonte:

Polito M., Suicidio: la guerra contro se stessi. Cause e prevenzione, Libreriauniversitaria.it (2009)

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