Una memoria…ordinata.

memoria

Ricordare tutto, e destreggiarsi tra numeri, nomi, date e nozioni del passato che si affollano nella memoria, è una vera impresa. Per fortuna, ci viene in aiuto una caratteristica molto particolare: la dimenticanza.
Il cervello, dicono i neurobiologi, è un sistema con enorme capacità, tanto che la memoria a lungo termine (quella cioè che ha una durata variabile da qualche ora a qualche mese) è potenzialmente illimitata. “Noi parliamo sempre della memoria come qualcosa di positivo e dell’oblio come negativo” dice Stefano Cappa, capo dell’unità di neuroscienze cognitive dell’Ospedale San Raffaele di Milano. “In realtà sono due facce della stessa medaglia; i meccanismi di oblio sono altrettanto importanti per il funzionamento del tutto. Una buona memoria – conclude Cappa – è un bilanciamento tra fissazione dei ricordi e oblio”. Tutto questo, ovviamente, se non sfocia nella patologia, nel dimenticare le persone care e i fatti fondamentali della vita come accade per la malattia di Alzheimer o le demenze.

Il delicato equilibrio tra ricordare le cose e dimenticarle non è solo un fatto di degradazione dei ricordi ma un meccanismo attivo, che scarta e cancella i ricordi non voluti. E’ come avere una scrivania disordinata e piena di documenti; bisognerà per forza eliminarne alcuni, altrimenti sarà impossibile trovare quello giusto.
Come avviene questo processo, e soprattutto perché? Quando abbiamo nuovi fatti o numeri da ricordare, come il Pin di una carta di credito, facciamo tutti gli sforzi per dimenticare il vecchio che interferisce con il nuovo. Ci ripetiamo che il precedente è sbagliato e ribadiamo la sequenza di quello corretto. I ricordi però non sono tutti uguali: alcuni sono neutri e possiamo gestirli come se fossero scatole da buttare quando non servono. Altri sono carichi di significato e di valori, di sentimenti e di emozioni. Su questi ricordi il nostro cervello lavora ancora più a fondo e un esperimento dimostra come la dimenticanza sia un’attività molto selettiva. Spiega Anderson, autore di numerosi lavori scientifici sulla dimenticanza motivata: “Se chiediamo a un gruppo di persone di riportare alla memoria tutti i fatti della loro vita, la gran maggioranza dei ricordi saranno positivi e neutri. Questo non significa che nella vita di queste persone sia stato quasi tutto bello ma che i ricordi negativi sono stati cancellati”.
In alcune persone però, alcuni eventi sono così presenti ed emotivamente rilevanti che sembra difficile liberarsene. Sono ad esempio i ricordi che assalgono coloro che sono colpiti da Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS), che hanno cioè vissuto avvenimenti terribili, emotivamente troppo forti per poter essere cancellati.

Cosa accade quando vogliamo dimenticare? Quando un ricordo sgradevole ci ritorna in mente cerchiamo in tutti i modi di cambiare soggetto, di pensare ad altro e dirigere l’attenzione verso cose differenti. Le memorie negative quindi vengono spostate dall’attenzione del nostro cervello, fino a che non ce le ricordiamo più. L’oblio sembra perciò una forma di adattamento della nostra mente. Ma perché? Le ragioni, spiega Anderson, sono due: riportare alla mente qualsiasi ricordo, positivo o negativo, comporta uno sforzo. Cercare di liberarsi di episodi che non hanno più grande rilevanza è quindi un modo come un altro per risparmiare energie. C’è però un’altra ragione, molto più importante, che ha a che fare con il nostro equilibrio mentale. Nella nostra vita ci sono senz’altro esperienze sgradevoli, che ci mettono in ansia o a disagio quando le ricordiamo, come se le rivivessimo ogni volta con la stessa intensità. Liberarsene vuol dire anche non provare più le emozioni che ci fanno soffrire. Insomma, cancellare ricordi inutili e che ci turbano, aiuta la memoria ad aggiornarsi e a farci vivere meglio.  

FonteFocus. Scoprire e capire il mondo. N. 260 – Giugno 2014

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